Il piercing è ancora molto diffuso in India e le persone, soprattutto le donne, volentieri si bucano le narici, setto nasale e orecchie, inserendosi poi monili d’oro spesso di pregiata fattura. Insieme a queste pratiche si è a conoscenza di riti compiuti dai sadhu (santoni indù) che per lo più sono tenuti nascosti; si tratta comunque di esperienze estreme, deformazioni permanenti e mortificazione della carne, seguite per raggiungere uno stato di estasi mentale, incomprensibile a chi non ne è partecipe.
Uno di questi riti consiste nel bucarsi con ami il corpo, percosso poi con una palla di chiodi; alcuni si appendono con dei ganci a mezz’aria o si sdraiano su un letto di spine.
Una sfida al dolore continua, autentici supplizi che possono durare tutta la vita.
Praticato non dai santoni ma anche dalla gente comune, il kavandi consiste invece dall’applicare al proprio corpo una serie di punte acuminate e montate su una pesante intelaiatura; queste vengono appoggiate sulla pelle e, a mano a mano che il soggetto inizia a muoversi e a camminare, esse penetrano sempre più nel petto, nelle spalle, nella schiena, nei fianchi.
Altre punte più o meno sottili vengono applicate forando da parte a parte le guance.
Lo scopo di questo supplizio è di entrare lentamente in uno stato di estasi che può sfociare nell’alterazione totale della psiche per collegarsi con forze spirituali e trascendentali.
I Nagas, un popolo che vive all’interno delle colline di Burma e Assam, un tempo cacciatori di teste e praticanti sacrifici umani, oggi vedono le proprie donne adornarsi con pesanti anelli la parte superiore delle orecchie; gli uomini invece fabbricano orecchini con capelli umani che si applicano ai lobi, segno tangibile che un tempo testimoniava il taglio delle teste dei nemici.