
La grande civiltà degli antichi maya inseguiva l’obbiettivo di una bellezza corporea assoluta, perseguita anche attraverso l’alterazione di alcune parti del corpo; alla ricerca per esempio del profilo perfetto, era normale praticare la deformazione della testa dei bambini in tenerà età. Attraverso l’utilizzo di maschere in legno sagomate in modo da plasmare la fronte fino ad ottenere un arco continuo che si estendesse fino alla nuca partendo dal naso.
Le sopracciglie delle donne venivano eliminate indebolendole con acqua calda e poi strappate, così come la barba degli uomini; i tatuaggi segnalavano il rango e l’occupazione di uomini e donne, mentre si praticava il piercing forando labbra, orecchie e naso con i gioielli più costosi che ci si potesse permettere.
Gli orecchini arrivati fino a noi provano che le aperture nelle orecchie raggiungevano misure spesso sbalorditive. Anche i maya praticavano dei riti cruenti e tra gli aristocratici vi era l’abitudine di forarsi il pene con spine affilatissime (in definitiva una forma di circoncisione) o lame appuntite di selce, per provocare la fuoriuscita di sangue nobile che, secondo le credenze maya, sosteneva e nutriva la terra.
Una testimonianza dell’epoca racconta che tra i sacrifici vi era la foratura delle guance o del labbro inferiore; tipica anche la foratura della lingua in senso diagonale passando poi attraverso i fori pezzi di paglia.
Altro sacrificio estremamente doloroso veniva eseguito tra coloro che, dopo essersi radunati nel tempio, si facevano forare in modo obliquo il pene; attraverso i fori passava poi una grande quantità di filo che collegava un membro all’altro.
Quando tutti erano raccolti come una grande collana, ungevano l’idolo maya con il sangue che sgorgava copioso. I figli di costoro cominciavano a praticare lo stesso rito in tenera età; tutto ciò serviva per una sorta d’iniziazione ad una tecnica dell’estasi condivisa dall’addetto alla pratica con i fachiri di Giava e con gli Yogi dell’India.


